INTERVENTO DEL CAV. MARTIN MICALLEF

PRESIDENTE DEL COMITATO DI MALTA

IN CHIUSURA DEL

CONVEGNO

VOYAGE & VOIR
SICILIA e MALTA
Storia e storie del Grand Tour
Palazzolo Acreide – Siracusa
28 giugno 2006


"Due isole alla vigilia del Grand Tour nel Mediterraneo di domani -
Sinergie e internazionalizzazione”

Potrei partire con un retorico riferimento ai propositi contenuti nel vasto panorama di dichiarazioni, iniziative, decisioni e quant’altro sull’area mediterranea da parte dei governi nazionali e da parte degli enti soprannazionali. Abbiamo un quadro variegato, a volte chiaro, in altre occasioni meno, rispetto a quello che politicamente, economicamente e culturalmente vuole essere il progetto verso il quale ci vogliamo avviare nel nostro mare.

I saggi degli illustri studiosi che mi hanno preceduto ci hanno offerto un escursus storico molto ampio. Una serie di passaggi concreti coadiuvati da fatti e documentazione tangibile. Ora, in chiusura di giornata tocca a me raccogliere tra una sfumatura e l’altra, questi tasselli del mosaico storico e con essi disegnare una riflessione sul domani, su quel lontano e vicino orizzonte, sull’area di maggior interesse per noi, Sicilia e Malta, un’area di nostra diretta competenza.

L’idea di viaggio del Grand Tour è stata il collante di questa giornata. Malta e la Sicilia però non sono più mete soltanto romantiche e culturali. Oggi li attende, o meglio vivono, una situazione molto complicata e delicata. Viaggiare nel mediterraneo di domani, ci richiama ancora una volta alla difficile realtà di oggi. Bonariamente li chiamiamo i VIAGGI DELLA SPERANZA. L’altra faccia della medaglia è che si tratta di traffico di merce umana, merce che trova l’ultima spiaggia sulle nostre isole.

Sappiamo nelle nostre coscienze che non abbiamo ancora trovato la giusta chiave di lettura rispetto a questo fenomeno. Viaggi che mettono in difficoltà noi tutti come uomini e come donne; che ci sbattono in faccia la nostra ipocrisia; occidentali…si, eredi di grandi civiltà e culture europee….si, ma ancora in aperto conflitto con il nostro innato eurocentrismo.

Parliamo di futuro, di sinergie e di internazionalizzazione, ma prima di ogni altra considerazione progettuale, dobbiamo recuperare, e questo concetto lo voglio sottolineare con forza, abbiamo bisogno di riprendere pieno possesso della mediterraneità, che ci sta sfuggendo, lasciandola scivolare appunto nei tentacoli dei sentimenti di intolleranza, di inciviltà e di fondamentalismi che sono l’antitesi di quello che vorremmo che il Mediterraneo rappresentasse e diventasse.

Oltre a questo non dobbiamo farci sopraffare dal fenomeno dell’idea di globalizzazione. Se non ci rendiamo conto dell’importanza, dell’unicità, delle specificità nostre, delle forti diversità, siano esse culturali, linguistiche, economiche, geopolitiche e perché no, nonostante le conflittualità anche spirituali, perché comunque siamo persone ricche di una profonda sensibilità morale e etica, allora soccomberemo e saremo fagocitati da un vuoto assoluto. Faremo parte di un contenitore sottovuoto, senza corpo e senz’anima.

Basti pensare alla definizione che Fernand Braudel ci suggerisce nel suo Il Mediterraneo. Non sto qui a citare quella decina di versi nei quali lo storico francese attraversa il bacino del Mare Bianco, così lo chiama il mondo arabo, dalle colonne d’Ercole ad occidente fino ai cedri del Libano ad oriente. Sono sufficienti le prime tre parole che egli sceglie per rispondere alla domanda che egli stesso si pone. Che cos’e’ il mediterraneo? E Braudel dice semplicemente: ‘Mille cose insieme’. Oggi il mediterraneo è ancora tutte queste mille cose insieme, ma oggi rispetto a ieri, viaggiamo verso gli stessi ideali o viviamo una contrapposizione di valori che spinti da chi sa quali misteriose o meno misteriose forze, mettono in subbuglio questo mare, culla di alcune delle principali civiltà? Alla domanda di Braudel io aggiungerei: ‘Oggi che cos’è il mediterraneo?’

E’ in questo difficile contesto che la Sicilia e Malta devono, in tempi brevi, definire con chiarezza il ruolo che gli compete alla vigilia, ma forse siamo già nelle prime battute, di un nuovo periodo storico. Un periodo di riflussi, sulle cui onde le popolazioni del sud, per intenderci ancora più a sud di noi, arrivano per reclamare una parte delle ricchezze del mondo occidentale. Noi, Malta e Sicilia, per volontà loro o per caso, siamo il loro primo contatto con il mondo occidentale.

Come uscire da questo magma mediterraneo? Ho voluto soffermarmi su questo aspetto, che è di grandissima attualità, perché uno, non possiamo certo ignorarlo e due, e questo è molto più importante, non dobbiamo considerarlo come un ostacolo, anzi prendiamolo come uno stimolo per valorizzare le nostre capacità, per proporci verso gli altri protagonisti o coabitanti del mediterraneo e insieme solcare un percorso di pace e di sviluppo.

Questo significa recuperare la propria mediterraneità, cioè assumere un ruolo di forza, di leadership per tutto il vicinato. E non è poco. Nell’area del mediterraneo in senso stretto, cioè i paesi direttamente bagnati dal mare nostrum, raggiungiamo i 477 milioni di persone, dati 2005 dell’Istituto di Studi sulle Società del Mediterraneo del CNR.

Cercate di immaginare una cartina del mediterraneo e dei paesi che lo circondano.
Quanti dibattiti, quante teorie, quanti scontri perché da una e dall’altra parte in questo calderone di popoli ci si arroga l’assoluta superiorità delle rispettive culture.

Noi stessi non sappiamo se crediamo nel relativismo culturale o nell’universalismo della cultura. Siamo talmente pieni di noi stessi che altaleniamo da una sponda all’altra a seconda dello stato d’animo predominante nel momento particolare in cui ci sfoghiamo. Io spero che apparteniamo a quella sfera più aperta, più umana che attribuisce a tutti un fondamento di una natura comune umana, che rappresenta un impianto pre-culturale che si propone come intelaiatura alla base delle diverse culture. Come dice Braudel, il mediterraneo è ancora una serie di civiltà accatastate le une sulle altre? O siamo così deboli da aver paura del confronto? Questi sono i temi sui quali le realtà presenti del mediterraneo ci inducono a riflettere! Su quali presupposti vogliamo costruire il futuro?

Se riusciamo in questo intento culturale, se ci educhiamo ad essere più avventurosi e a navigare come i nostri antenati per scoprire gli orizzonti lontani, ma questa volta senza prevaricare le libertà altrui, allora forse tutto diventa un po’ più facile. Sappiamo cosa significa…le prevaricazioni le hanno sofferte i nostri antenati nei tempi andati.

Io credo molto nelle opportunità che la Sicilia e Malta hanno nel loro futuro. E lo vedo soprattutto nei giovani qual’ora riuscissimo a iniettargli una buona dose di coraggio per stimolare e carburare il loro innato senso di avventura. Il mediterraneo è il loro futuro. Ma non basta che lo dica io, non basta che lo diciamo noi.

I nostri giovani, e qui mi rivolgo ad un bacino più ampio, siciliani, maltesi, greci, spagnoli o francesi che siano, nonché maghrebini e mascrechini, coltivano una vocazione mediterranea? Hanno una visione chiara del loro spazio geo-socio-politico ed economico? La domanda chiave è....sembra scontata ma non lo è.....Il Mediterraneo rientra nei loro grandi progetti di vita? Rappresenta solo una realtà troppo meridionale per alcuni e un passaggio obbligatorio verso il nord per altri?
I giovani vivono con serenità la loro mediterraneità o si sentono prigionieri nella morsa di un destino amaro?

I giovani devono credere in questo spazio che diventerà sempre più protagonista, sempre più portatore di opportunità qualora noi credessimo sufficientemente nelle sue potenzialità di oggi per costruire il domani.

I giovani e il mediterraneo, devono sottoscrivere un patto di sangue simbolico perché la globalizzazione forzata, non sposti in maniera troppo forte l’ago della bilancia verso regioni dove la mancanza di rispetto verso i diritti più semplici dell’uomo non renda insostenibile un mercato libero, dove tutto è permissibile purché il costo della manodopera sia ai più bassi livelli possibili. I giovani devono combattere questi nuovi fenomeni di schiavitù sostenuti in silenzio da un mercato che assorbe per convenienza di guadagno ogni forma di manufatto scadente immaginabile. I giovani, lavoratori e imprenditori devono reagire.


In questo straordinario tempio dedicato all’Annunziata abbiamo ascoltato come la Sicilia e Malta, nonostante non avessero le tecnologie, i trasporti e le comunicazione di oggi, siano riuscite a richiamare l’interesse di viaggiatori e conquistatori.

Oggi le due isole devono essere ancora in prima linea e più forti di prima.

I progetti partiti sotto l’egida di Interreg III A, hanno un valore che va al di là dell’immediato risultato che possono bene o male raggiungere. Interreg III A, e questo lo dico da uno che segue da anni le dinamiche nelle relazioni contemporanee tra la Sicilia e Malta, deve rappresentare l’inizio di un rapporto più sincero soprattutto allo scopo di convogliare tante forze, tante capacità, tante opportunità, verso un obiettivo di serena complicità per essere i mediterranei di riferimento. Dove c’è cultura, dove c’è capacità operativa, dove c’è comprensione umana, dove c’è voglia di vivere.

Ecco allora sinergie e internazionalizzazione.

Il nostro retroterra culturale è la nostra forza. Sappiamo essere nordici o quasi, ma siamo anche sanguigni, mediterranei.

Ma vi è ancora più di un onda grossa per questo viaggio che vogliamo fare insieme. Affrontiamola per superarla, altrimenti continueremo ad affogare nella diffidenza. Nell’immaginario collettivo a livello popolare, dove poi ogni nostro buon intento deve trovare la sua più ampia partecipazione e fruibilità, il quadro ha ancora qualche angolo da smussare. Troppi gli stereotipi che ancora oggi informano l’immagine della Sicilia. Ma questo a livello internazionale assoluto. Lo stesso vale per l’idea che in Sicilia si ha di Malta. Una ex colonia della corona inglese e una piccola isola dove si può andare a concludere qualche affaruccio....un mordi e fuggi ..... di cui in questi anni ..... dall’Italia tutta abbiamo avuto tante esperienze. Questa Signori non è internazionalizzazione .... queste incursioni estemporanee lasciano il tempo che trovano; e domani?

Maltesi e siciliani a livello commerciale sono destinati non a confrontarsi , bensì a valorizzare quelle differenze che unite da una accurata tessitura in un unico canovaccio, si trasformano in una vela ondulante per flotte di vascelli pronte a salpare e affrontare il mercato emergente nel bacino del mediterraneo. La sponda sud del mediterraneo guarda alle nostre isole non solo come mete per gli sbarchi nell’Eldorado europeo, ma anche come partner preferiti nelle loro peripezie nel mondo commerciale moderno.
Quanto raggiunto in termini di sviluppo dai siciliani e dai maltesi, pur nei loro limiti, rappresenta un esempio di grande volontà, ingegnosità, coraggio e lungimiranza. Sono esempi di successo che insieme possono avvicinarsi ai popoli in via di sviluppo nel bacino del mediterraneo.

Facciamo di queste esperienze un altro momento di incontro per guardare insieme con speranza agli indimenticabili tramonti rossi del mare nostrum e credere che al di là dell’orizzonte, laddove i nostri occhi non hanno accesso, arriveranno intrepidi il nostro cuore e il nostro lavoro.

Domani oltre a guardarsi e cercarsi a vicenda la Sicilia e Malta, come i fenici di una volta, devono andare ad impiantarsi e investire sulla presenza fisica nei tanti mercati emergenti del mediterraneo. Quante missioni, workshop, convegni, sportelli, quanti viaggi di 2 o 3 giorni...e poi? Utili sì, ma esplicata la rendicontazione – cosa resta come risultato a lungo termine? Qui pubblico e privato devono trovarsi più vicini. Investire, paese dopo paese, mercato dopo mercato, effettuando le debite analisi di mercato e valutando i risultati ottenuti, per essere lì sul terreno, una presenza logistica sul territorio che possa identificare le opportunità di business e seguire in situ quelle aree in cui si ha le capacità di intervenire.

Discorrendo di internazionalizzazione dobbiamo voltare pagina. Non possiamo continuare a pensare che piccole e medie imprese da sole, che già hanno difficoltà a superare la giornata nel territorio di competenza, possano tuffarsi in questo mare di squali e farcela. Le economie di scala fanno scuola. Se i distretti industriali sono stati un modello di sviluppo, di coesione e di sopravvivenza per molti anni, oggi in Sicilia e a Malta questo modello può essere riproposto come Unità di Strategia e Logistica Multifunzionali – dove manualità e servizi si fondono in un unico corpus che si muove compatto verso il mercato di libero scambio che se non nel 2010 prima o poi arriverà.

E un altro punto. Quando guardiamo al mediterreneo come mercato non pensiamo soltanto ai paesi dell’Africa settentrionale. Altri mercati meritevoli di attenzione sono i Balcani, ma anche la Francia, la Spagna, la Grecia e la Turchia. Insomma siamo di vedute aperte e coraggiosi. Crediamo nelle nostre qualità. Evitiamo anche noi di sbagliare nel modo in cui sposiamo il concetto di mediterraneo.

E di nuovo ritorno ad insistere sulla classe giovanile. Formiamoli perché escano dal brutto vizio del provincialismo e del campanilismo di stile ottocentesco, del sentirsi isolati e isolani – già sconfitti ancor prima di affrontare le sfide della vita. Invece vogliamo giovani aperti al mondo come protagonisti con le loro diversità e non soggetti alla globalizzazione e al suo processo di omologazione.
Dico questo perché il mediterraneo ovviamente, non è estraneo alla globalizzazione della e nella modernità.

Mobilità e globalizzazione, sotto un altro profilo, possono anche essere forieri di una nuova stagione di maggiore comprensione reciproca soprattutto tra i giovani. Se non altro la globalizzazione, avvicina i giovani – un pensatore giapponese dice che la componente generazionale della cultura comincia ad avere un peso determinante nel nostro comportamento. Hanno più in comune un giovane giapponese di 30 anni di Tokyo che ascolta un certo tipo di musica, si veste in un certo modo, balla o si diverte con gli amici nei locali notturni, e un coetaneo di New York o di Parigi che non con il proprio padre o nonno con i quali condivide il passaporto.
Perché questo non può essere possibile tra giovani siciliani, maltesi, e tunisini, marocchini, egiziani, piuttosto che albanesi, greci e spagnoli. Avviciniamoli di più perché crescano insieme.

Dobbiamo sostenere per i nostri giovani un modello di convivenza, di integrazione e di una progettualità inter-culturale. I presupposti ci sono. Facciamoli fruttare – prima culturalmente e in seconda battuta a sostegno di uno sviluppo economico concertato concreto.

Creiamo AGORA’ (piazza) e MERCATI (SUK) per lo scambio di cultura, di idee, di proposte commerciali.
La Sicilia e Malta devono distinguersi con progetti focalizzati, ben studiati e definiti con un respiro internazionale, con obiettivi e target raggiungibili, sostenibili e fattibili. E’ qui che l’input di altre culture non deve essere sottovalutato ed è necessario che entri in scena. E’ in questo frangente che ogni proposta potrà uscire dall’ombra del localismo.

Per la Sicilia e Malta, forti di un impegno per lo sviluppo e la pace, le nuove rotte del Grand Tour di domani sono soprattutto dentro di noi. Nel piccolo mondo di ciascuno di noi possiamo e dobbiamo coltivare la speranza di un viaggio verso tempi migliori.

Fino ad oggi ci siamo sempre dichiarati crocevia del mediterraneo. Un incrocio, ma lì tutto scorre e nulla si ferma, salvo imprevisti e incidenti. Questo non deve più bastarci. Malta e la Sicilia devono cominciare a trasformarsi in un polo d’attrazione moderno del grande capitale culture che li circonda. Bisogna rendersi conto che per andare avanti dobbiamo farlo tutti insieme, a parità di diritti, a parità di capacità intellettuali sulle quali scorrono le nostre riflessioni interpretative condotte su un binario visionario ma raggiungibile.

Per concludere un sogno. Che Malta e Sicilia trovino un canale preferenziale per unirsi in una duratura joint-venture d’intenti strutturata per fare sistema nel mediterraneo. E soprattutto senza indugi perché il tempo scorre inesorabilmente.

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